
Chi se lo ricorda il ritornello di quella canzone dell’attore comico Francesco Salvi che diceva ” Quella macchina qua
devi metterla là “?
Ecco, questo è quello che è successo, per davvero, ad alcuni dei migliaia di docenti immessi in ruolo nella fase C del
piano straordinario assunzionale (art. 1, comma 98, lettera c), che, sulla base dell’ordinanza ministeriale
241/2016, sono stati obbligati a presentare domanda di mobilità. E molti di loro, salutati famiglia e affetti, furono
sbarcati anche a migliaia di chilometri da casa.
Oggi, il TAR del Lazio – sezione Terza bis, con la sentenza n. 10964 del 10 settembre, anche a seguito di perizia
informatica, ha certificato che in nessun caso e per nessun motivo la pubblica Amministrazione poteva
“demandare ad un impersonale algoritmo” lo svolgimento dell’attività dei trasferimenti.
E la sentenza ci va giù pesante, mettendo nero su bianco una cosa ovvia “un algoritmo, quantunque, preimpostato in
guisa da tener conto di posizioni personali, di titoli e punteggi, giammai può assicurare la salvaguardia delle
guarentigie procedimentali”. E che la procedura informatica ha mortificato non solo i canoni di trasparenza e di
partecipazione procedimentale, ma anche l’obbligo di motivazione delle decisioni amministrative.
E cosi in diversi casi il software ha dato la precedenza alla prima destinazione scelta dal docente, piuttosto che al suo
punteggio. Ed ecco perché la perizia informatica lo ha definito “confuso, lacunoso, ampolloso, ridondante,
elaborato in due linguaggi di programmazione differenti, di cui uno risalente alla preistoria dell’informatica,
costruito su dati di input gestiti in maniera sbagliata”.
In questa storia escono tutti sconfitti: i docenti che si sono visti ingiustamente trasferire in sedi sbagliate, le famiglie che si sono smembrate, i precari che, per evitare tutto questo, avevano deciso di non partecipare al piano straordinario di assunzione, con la prospettiva di rimanere supplenti per un numero indefinito di anni e pure lo Stato, cioè NOI, che abbiamo pagato quasi 500 mila euro per l’acquisto del software impazzito.
Per una italica abitudine hanno pagato tutti, e qualcuno anche a caro prezzo; ne sono usciti puliti ed indenni solo i veri responsabili.
Qualcun altro canterebbe ” I soliti accordi“…
Avv. Francesco Carbone